C’è una frase che non riesco a togliermi dalla testa da quando sono uscito dalla sala del cinema : «Non essere sciocca, Andrea. Tutti vogliono essere noi».
La pronunciava Miranda Priestly, seduta composta sul sedile posteriore di un’auto scura, mentre il mondo della moda brillava di una luce quasi divina.
Succedeva a Parigi, nel 2006.
Era adrenalina pura...del primo episodio de Il diavolo veste Prada.
Oggi quella frase non suona più come una verità.
Suona come un reperto.
Quella stessa frase mi ha ispirato un progetto visivo che ho realizzato per “salvarla”, e condivido qui.
Il Diavolo veste Prada 2: è davvero la fine del sogno fashion?
Il Diavolo veste Prada 2 non è un sequel nostalgico.
È una resa dei conti....dal sapore dolce amaro.
Un racconto che smonta, pezzo dopo pezzo, l’illusione dorata costruita dal primo capitolo.
Io quel mondo l’ho desiderato, cercato, conosciuto ed amato.
L’ho studiato come si studia ed entra in un tempio in religioso silenzio e partecipazione : c'era John Galliano da Dior e c'era Valentino Garavani ancora al timone del suo impero e se stesso nel cameo.
Giganti.
E le riviste ?
No, non erano "solo" carta: erano potere.
Bibbie.
Oggi? Oggi il potere è altrove.
Il film lo dice senza filtri: non è morta la moda. È inebolito il sistema che la raccontava.
Perché l’editoria di moda è in crisi?
La vera protagonista del film non è Andy Sachs, né Miranda. È la crisi.
La rivista Runway, chiaro ed evidente riferimento a Vogue, è un gigante dell'editoria che fatica a muoversi nella stanza dei cristalli.
Le pagine si assottigliano, così come i budget, e soprattutto l’attenzione del pubblico si è polverizzata.
Quello che ieri ci era raccontato e mostrato come irragiungibile dalle loro pagine, oggi è consegnato alla mercè di tutti attraverso l’uso dei social.
Anche indiscriminato, certo.
Quello che era sogno oggi è realtà, è possibilità. E troppo spesso è già passato e svuotato del suo carisma perché sceso dall’altare celebrativo dov'era venerato e rispettato.
La nuova narrazione.
Andy, sempre interpretata da Anne Hathaway, torna in redazione per salvare il salvabile. Scrive articoli impeccabili, profondi, necessari.
Ma non li legge nessuno.
Perché oggi la regola è brutale: se non fai traffico, non esisti.
E allora ecco il compromesso. Lo scoop. Il gossip.
Il contenuto che “funziona”. Non quello che vale.
Chi ha davvero il potere oggi nella moda?
Una delle intuizioni più lucide e dirette del film è questa: riconoscere che il potere non è più editoriale, è economico e tecnologico.
Non sono più i direttori a decidere cosa è rilevante.
Sono:
i budget pubblicitari
gli algoritmi
i magnati del tech
Emblematica la parabola di Emily Charlton, interpretata da Emily Blunt : l'avevamo lasciata nelle vesti di assistente col luccicone facile e la ritroviamo nei panni di dirigente potente di Dior.
È lei, oggi, a detenere le chiavi del sistema.
Chi paga, decide.
E Miranda Priestly, sempre l'ineguagliabile Maryl Streep, un tempo intoccabile oggi si ritrova a negoziare.
A chiedere. Quasi a implorare.
La moda è ancora protagonista o solo scenografia?
Qui sta il punto più destabilizzante.
Nel nuovo film Il diavolo veste Prada 2, la moda…è protagonista in parallelo, condivide la scena e diventa co-protagonista.
A volte prende spazio, altre resta sullo sfondo.
Non è più il motore del racconto, ma un pretesto visivo.
Non ci sono più capi iconici che cambiano la vita. Niente più “giacca Chanel da 3.500 Dollari” come rito di passaggio.
Anche perchè oggi quella cifra è notevolmente lievitata.
Al suo posto c'è il lusso quieto alla Brunello Cucinelli, che quasi sussurra il suo valore etico.
C'e' l'estetica rassicurante nei nuovi looks di Andy, mai aggressivi e che non fanno sognare universalmente, ma funzionano confermando certezze possibili.
È una chiara operazione di sottrazione voluta. Quasi chirurgica.
Perché anche il sogno, oggi, deve essere sostenibile. E più vicino alla realtà.
Il film mantiene le promesse del primo capitolo?
La risposta è scomoda: no, e per fortuna.
Non le mantiene perché non può.
Il mondo che aveva reso iconico Il Diavolo veste Prada non esiste più.
E il film lo sa. Eccome.
Non c’è più la crudeltà spettacolare di Miranda. Non c’è più il fascino tossico del potere….coi cappotti gettati sulla scrivania. C’è stanchezza. C’è resistenza. C’è sopravvivenza col cappotto appeso nel proprio ufficio da Miranda stessa. C’è consapevolezza della realtà.
E forse accade qualcosa di impensabile : iniziamo a fare il tifo per il Diavolo ? Ammetto che il nuovo profilo di Miranda, doppiata con voce quasi impercettibile, ci offre una vena di umiltà che alimenta una certa tenerezza.
Perché oggi tifiamo per Miranda Priestly?
Perché la vediamo perdere.La vediamo appendere da sola il cappotto. La vediamo volare in economy. La vediamo affrontare un mondo che non riconosce più il suo linguaggio. Ma non molla.
E in quella caduta c’è qualcosa di profondamente umano.
Vent’anni fa la giudicavamo.
Oggi la comprendiamo….perchè ci è parecchio più vicina umanamente.
Le location italiane: Milano e il Lago di Como diventano protagonisti
E poi ci sono loro: i luoghi scelti ed eletti a nuovi set in Italia.
Ad un certo punto il film sposta il suo baricentro da New York all' Italia, e lo fa con un’estetica quasi contemplativa : da omaggio.
A Milano, la macchina da presa indugia su:
Galleria Vittorio Emanuele II
Accademia di Belle Arti di Brera
Santa Maria delle Grazie
Palazzo Clerici
Palazzo Parigi
dove ogni luogo esprime il meglio di sè, in uno spessore caratteriale facilmente riconoscibile nel bello che rappresenta il nostro Paese in modo indiscusso.




E poi il respiro si allarga verso il Lago di Como, dove il lusso si fa silenzioso, quasi rarefatto.
Selettivo di certo.
L’Italia non è solo una location o una cartolina : è uno stato d’animo.
Un Life style sempre spendibile.
E Milano, in questo film, non è solo uno sfondo: è un personaggio.
Uscendo dal cinema, mi è rimasta addosso una sensazione precisa:
non nostalgia, ma consapevolezza.
Il Diavolo veste Prada 2 ci dice che:
il glamour non basta più
il talento non basta più
nemmeno l’autorevolezza basta più
Sono richieste visibilità, velocità e grande spirito di adattamento.
E soprattutto ci dice una cosa, senza alzare la voce: quel “noi” che una volta tutti volevano essere… forse non esiste più.
I socials lo hanno reso democratico e quindi…non più ICONIC, bellezza.
Ma dopotutto vogliamo ancora salvarci e pensare che il sogno continui e sia ....più COUTURE che crisi.
In sintesi :
"Il diavolo veste prada 2" : decisamente merita di essere visto.














