Francesco Guccini: i luoghi della sua vita tra osterie, portici e memoria tramandata.
Oggi, 6 agosto 2026 se n’è andato Francesco Guccini, a 86 anni.
Con lui chiude una stagione della Canzone Italiana fatta di parole lunghe, tempi lenti e verità dette senza filtri. Non era il cantautore da piedistallo. Era quello che ti parlava al bancone. Parlava alla gente non sopra la gente.
E per capire perché la sua voce è arrivata così in profondità, bisogna seguire una mappa.
Non di città, ma di stanze, strade, osterie.
Quali sono i luoghi fondamentali della vita di Francesco Guccini?
Tre coordinate bastano a raccontarlo: Pavana, Modena, Bologna.
Non sono tappe di un tour. Sono i tre registri con cui ha scritto per 60 anni: montagna, provincia, città universitaria.
Guccini non ha inventato paesaggi. Ha raccontato case dove si è vissuto davvero. Ed è per questo che oggi, a rileggerlo, i ventenni ci si ritrovano quanto i sessantenni.
Perché Pavana era il suo rifugio e la sua bussola?
Pavana, sull’Appennino tra Toscana ed Emilia. Piccolo, di pietra, di silenzi.
Qui da bambino ha passato gli anni della guerra. Qui da anziano è tornato a chiudere i conti con se stesso.
Pavana è il luogo della memoria non addomesticata. Niente folklore. Solo gente, morti, estati, racconti. Memoria.
In “Radici” lo dice piano: “La casa sul confine dei ricordi / La stessa sempre, come tu la sai / E tu ricerchi là le tue radici / Se vuoi capire l'anima che hai”
E in “Amerigo” ci mette le storie di chi partiva per l’America e lasciava la montagna.
Il punto è uno solo e attualissimo: senza radici non capisci chi sei.
In un’epoca in cui cambiamo tutto ogni pochi anni, è una posizione quasi scomoda la sua.
Che rapporto aveva con Modena, la sua città natale?
Nato a Modena il 14 giugno 1940. Ma senza miti.
In “Piccola città” la descrive così come la vivono tanti oggi: con affetto e voglia di andarsene.
“Piccola città, vecchi cortili / ...Piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango”
È la città delle prime volte. Delle prime band. Delle prime delusioni.
Poi è arrivata Bologna, e Modena è rimasta sullo sfondo. Senza rancore, ma con distanza.
In che modo Bologna lo ha fatto diventare il “Maestrone”?
Bologna non fa da scenografia. Bologna è protagonista.
Ci arriva studente e ci resta per tutta la vita. Librerie, aule, assemblee, notti in osteria.
Con “Eskimo” racconta i vent’anni: Santa Lucia, il Portico dei Servi, “Credevo che Bologna fosse mia”.
È l’inno di chi pensava di poter cambiare il mondo con poco.
Con “Bologna” ne fa il ritratto completo: “provinciale Parigi minore”, colta e popolare, dove i portici sono “le cosce di mamma Bologna”.
Immagini basse, terrene, lontane anni luce dalla retorica impegnata. E proprio per questo entrate nella testa di tutti.
Bologna gli ha dato il pubblico. Lui a Bologna ha reso un mito.
Dov’è via Paolo Fabbri 43 e perché tutti ne parlano?
Via Paolo Fabbri 43, Bologna, quartiere Cirenaica.
Un indirizzo civico diventato leggenda.
“Qui, all’alba in via Paolo Fabbri 43”. Il titolo di un disco del 1976. La casa dove ha vissuto fino al 2012 e dove ha scritto gran parte del suo catalogo musicale.
Dopo la notizia della sua scomparsa, davanti a quel portone sono comparsi fiori e biglietti. Uno diceva: “Grazie di essere esistito”.
Guccini ha fatto una cosa che oggi sembra impensabile: ha messo l’indirizzo di casa in una canzone ed ha trasformato la vita privata in bene comune. Condivisione totale col pubblico senza barriere nè privacy estrema.
Dove andava a bere e a suonare a Bologna?
Per lui l’osteria era il luogo del confronto. Non i socials, non Instagram o giù di lì.
Da Vito: il tavolo fisso con Dalla, Lolli, Freak Antoni. Tarocchino, vino rosso, discussioni fino alle 4 del mattino col tempo che vola in compagnia.
I gestori lo ricordano come “Uno di famiglia”.
Osteria delle Dame: qui negli anni ’60 suonava per pochi.
È la prima officina del folk bolognese. Prima dei contratti, prima della fama. Solo voce e chitarra e chi voleva ascoltare.
Erano i suoi social. Lenti, rumorosi, stanchi e veri.
Cosa hanno detto di lui Sangiorgi, Baccini e Vecchioni?
Tre voci, tre sguardi, una stessa direzione.
Giuliano Sangiorgi: lo cita come guida nel progetto Note di Viaggio del 2019. Sceglie “Stelle” perché lì Guccini smette i panni del maestro e parla di cielo. A tutti.
Francesco Baccini: “Con lui se ne va un pezzo di storia italiana”. Ricorda l’uomo ironico, quello che dopo la Targa Tenco lo portò “a bere” e rimase basito nello scoprire che era astemio: “Un giorno ti farò cambiare idea”....senza mai riuscirci.
Roberto Vecchioni: “È stato il più grande cantautore che abbiamo avuto”. Un iniziatore. E chiude con un passaggio di testimone: “Mi lascia un’eredità. Probabilmente la finirò io”. Staffetta tra giganti.
Che c’entra Guccini con Alex Zanardi e “Ti insegnerò a volare”?
È qui che Guccini esce dal recinto della canzone d’autore.
Nel 2018 Roberto Vecchioni scrive “Ti insegnerò a volare (Alex)” e convince Guccini a registrare la voce dopo 7 anni di assenza. Destinatario: Alex Zanardi.
Non celebra il pilota. Racconta l’uomo che dopo il 2001 ha perso tutto e ha scelto di ricominciare, diverso da prima. Rinnovato dal dolore della vita..
Il verso “se non potrò correre, imparerò a volare” è entrato nel linguaggio comune. Ne ho scritto anche nel mio pezzo su Alex Zanardi di maggio 2026: quando lui ci ha lasciati, quel brano è diventato il saluto di un Paese intero ai suoi funerali a Padova.
Oggi, con la morte di Guccini, quella canzone vale doppio. È la lezione di Zanardi messa in musica da due maestri.
Perché i giovani dovrebbero riascoltare Guccini oggi?
Viviamo di velocità, aggiornamenti, stereotipati e nella nostalgia confezionataci a tavolino.
Lui, 50 anni fa, diceva l’opposto: fermati, guarda indietro, resta. Lungimirante senza pretenderlo.
Cantava “stoviglie color nostalgia”. Non i grandi ideali. Gli oggetti umili, semplici dellaquotidianità. Perché la memoria sta lì. Nelle piccole cose che alimentano il ricordo e tengono viva quella lucina, base necessaria del presente per il futuro.
Difendeva il diritto a restare in un’amicizia, in un posto, in una conversazione.
Oggi è rivoluzionario.
La sua malinconia non è tristezza. È il conto che paghi per aver amato.
L’eredità di Guccini è solo musicale?
No. È antropologica.
Pavana, Modena, Bologna, via Paolo Fabbri, Da Vito. Non sono luoghi da cartolina. Sono il modo in cui ha abitato il mondo: con lentezza, ironia, ostinazione.
Finché qualcuno salirà a Pavana, si perderà sotto i portici o busterà a quella porta, una parte del suo viaggio non finirà.
E finché ci sarà chi crede che si possa imparare a volare, le sue parole continueranno a servire.
Grazie Francesco Guccini.
Buon viaggio Maestrone.










