Il nuovo Cime Tempestose firmato da Emerald Fennell non è semplicemente un adattamento: è una fantasia visiva, un sogno febbrile che attraversa il gotico, il melodramma anni ’50 e l’immaginario fashion contemporaneo.
Ricordando gli interpreti principali e loro ruoli in :
Margot Robbie come Catherine “Cathy” Earnshaw. Ama profondamente Heathcliff, ma sceglie di sposare Edgar per sicurezza e status sociale.
Jacob Elordi come Heathcliff. Orfano adottato dalla famiglia Earnshaw. Ama Catherine in modo ossessivo e, dopo essere stato respinto, cerca vendetta.
Hong Chau come Nelly Dean. Governante delle due famiglie. Osserva tutto e trama equilibri.
Shazad Latif come Edgar Linton. Uomo gentile, ricco e raffinato. Ama sinceramente Catherine e la sposa.
Alison Oliver come Isabella Linton. Sorella di Edgar. Si innamora ingenuamente di Heathcliff, senza capirne la natura tormentata,
chi si aspetta una rilettura fedele del romanzo di Emily Brontë potrebbe restare spiazzato.
Qui non siamo nell’Ottocento “reale”, ma dentro una sua proiezione estetica, filtrata attraverso il desiderio moderno di riscrivere il passato come spettacolo sensoriale e visivo.
Fin dalle prime inquadrature, il film dichiara il suo linguaggio: un universo stratificato in cui la scenografia dialoga costantemente con i costumi, e dove ogni elemento visivo è pensato per sedurre, destabilizzare e raccontare.
In questo gioco di rimandi, il lavoro della costumista Jacqueline Durran diventa centrale, quasi quanto la regia stessa. I suoi abiti non illustrano un’epoca: la reinventano.
E lo fanno pescando liberamente tra suggestioni cinematografiche, haute couture e pittura.
C’è Via col vento, di certo, ma anche le silhouette esasperate degli anni ’50, echi di passerelle visionarie e riferimenti pittorici che emergono nei dettagli più inaspettati. Il risultato è un guardaroba che vive di contrasti: trasparenze e tessuti scintillanti, corsetti strutturati e materiali scintillanti e sintetici, linee storiche e intuizioni contemporanee.
Il colore domina la scena, soprattutto il rosso, che attraversa il film come un filo emotivo: passione, ossessione, pericolo.
Quando Catherine appare adulta per la prima volta, indossa un corsetto rosso dal sapore quasi bavarese. Non è Inghilterra, non è Germania: è un altrove estetico che esiste solo nel film.
È qui che Fennell chiarisce il suo intento: non ricostruire, ma evocare. Questo abito mescola suggestioni vittoriane, glamour hollywoodiano e sensibilità contemporanea, diventando subito manifesto visivo del personaggio.
Ancora più esplicita è la scena della prima notte di nozze, dove Catherine indossa una mise che sembra uscita da una fotografia anni ’50: una figura femminile “impacchettata”, quasi un regalo vivente. L’idea è potente e disturbante allo stesso tempo, perfettamente in linea con il tono del film, che gioca continuamente sul confine tra erotismo e inquietudine.
E poi c’è l’abito da sposa, uno dei momenti più spettacolari. Ricchissimo, volutamente eccessivo, si ispira tanto ai ritratti imperiali quanto alla moda mid-century. Non è storico, non vuole esserlo: è un sogno barocco, una dichiarazione di opulenza che racconta più della psicologia di Catherine che del suo contesto sociale.
Allo stesso modo, la celebre “gonna rossa” – diventata virale – realizzata in un materiale plastificato, si fonde letteralmente con gli ambienti, creando un effetto visivo quasi liquido, come se il personaggio e la casa fossero un’unica entità pulsante.
Il guardaroba diventa così linguaggio narrativo. Catherine si muove tra rosso, bianco e nero, una triade cromatica che riflette le sue tensioni interiori.
I gioielli – spesso autentici pezzi d’archivio – aggiungono un ulteriore livello simbolico, tra richiami gotici e lusso decadente.
E poi ci sono dettagli volutamente anacronistici, come gli occhiali da sole, che spezzano ogni illusione di realismo e riportano tutto nel territorio della visione.
Edgar Linton, al contrario, esibisce l’opulenza dei nuovi ricchi: tessuti lucenti, silhouette perfette, un’eleganza che sfiora il ridicolo e sottolinea la sua distanza emotiva.
Heathcliff rappresenta l’unico appiglio a una certa coerenza storica. Il suo look – camicia bianca e cappotto nero – richiama l’iconografia classica dell’eroe romantico, con un rigore che contrasta con l’eccesso degli altri personaggi. È un anti-eroe byroniano, costruito anche visivamente come figura di opposizione: sobrio, oscuro, essenziale.
Isabella, invece, è l’incarnazione dell’innocenza deformata. I suoi costumi, pieni di nastri, fiori e colori pastello, estremizzano l’estetica della fanciullezza fino a renderla quasi artificiale. 
In questo panorama visivo così carico, sorprende la figura di Nelly, la governante. I suoi abiti, più sobri, introducono una dimensione materica diversa: ricami e texture ispirati alla natura, come se fosse l’unico personaggio ancora riferito a una realtà tangibile e concreta.
Il Cime Tempestose di Fennell è quindi un’esperienza più che un racconto. Un film che parla di desiderio, ossessione ed eccesso attraverso il linguaggio della moda e dell’immagine.
Non è il passato che vediamo sullo schermo, ma il modo in cui oggi scegliamo di sognarlo: più audace, più sensuale, più estremo.
E forse, proprio per questo, incredibilmente contemporaneo.
E' un film che viaggia nei tempi, li attraversa in un viaggio di epoche legandole coi fili delle sensazioni, emozioni e colori...da quelli più cupi a quelli più vividi e pulsanti.
Carnalmente vivi.
Un viaggio da intraprendere.
Un film da vedere e sentire.
Consigliato.










