I social network come alcol e fumo? La tendenza a processare gli strumenti per assolvere l’individuo e la famiglia
È quasi ciclica e proprio per questo finisce per apparire familiare, la comparsa sui mezzi di informazione di una nuova ondata di indignazione collettiva contro l’ultimo demone tecnologico di turno. Il dibattito pubblico si è acceso di recente attorno al parallelismo tra l’uso dei social network e la dipendenza da sostanze come l’alcol e il tabacco.
La discussione ha trovato eco anche nelle cronache giornalistiche, che hanno raccontato le nuove misure di controllo parentale per i minorenni e i tentativi delle piattaforme digitali di introdurre filtri, argini e forme di accesso graduato.
Il proposito di regolamentare e proteggere i soggetti più fragili è, in sé, legittimo e spesso persino doveroso. Ciò che invece persuade meno è l’impianto culturale e filosofico che troppo spesso accompagna questa narrazione. Qui si manifesta, ancora una volta, quel meccanismo che potremmo chiamare la "colpa delle cose": un processo di deresponsabilizzazione collettiva nel quale l’essere umano rinuncia alla propria capacità di scelta e trasferisce sull’oggetto inanimato il peso delle proprie derive.
Se i social network vengono assimilati all’alcol o alle sigarette, l’analogia potrebbe essere spinta, con maggiore precisione, fino alle slot machine: si tratta di dispositivi concepiti per sollecitare i circuiti della gratificazione immediata, lo sappiamo e sono sparse per i locali pubblici con relativa regolamentazione causando danni enormi alle economie famigliari, eppure, nessuno ha mai visto una slot machine afferrare il passante per un braccio, costringerlo a sedersi e obbligarlo a inserire una moneta e tirare la leva. L’oggetto resta lì, immobile e privo di volontà; seduce, attira, promette, ma non decide. L’atto di cedere a quella promessa appartiene interamente alla sfera della scelta umana.
Attribuire allo strumento la responsabilità esclusiva del danno, significa aderire a una visione pericolosamente deterministica dell’uomo, ridotto a un'automa incapace di governare i propri impulsi. Se la colpa è dell’algoritmo, della bottiglia o del pacchetto di sigarette, l’uomo viene assolto; ma lo è al prezzo della propria dignità e della propria libertà. Ne risulta una figura di cittadino-vittima, da custodire sotto una perenne campana di vetro, statale o aziendale. Un comodo approccio, troppo, per non essere quantomeno discutibile.
Il limite di questa impostazione emerge con particolare chiarezza quando si parla di minori e di controllo parentale. Affidare la crescita, l’educazione e il monitoraggio dei figli a un filtro software, a un algoritmo o a una norma, significa trasferire a terzi una funzione che resta anzitutto familiare e scolastica. La tecnologia può offrire strumenti utili di supporto, da conoscere e valutare con pragmatismo, ma non potrà mai sostituire l’autorità educativa, il dialogo e, soprattutto, la responsabilità dei genitori.
La storia ci insegna che l’introduzione di ogni innovazione tecnologica capace di massificare la comunicazione — dalla stampa a caratteri mobili alla televisione — è sempre stata accompagnata da panici morali e da tentativi di censura o di colpevolizzazione del mezzo. La soluzione, tuttavia, non è mai stata l’eliminazione dello strumento, né la pretesa che lo strumento si facesse carico della moralità dell’utente. Ciò che serve è qualcosa di più esigente e meno delegabile: la costruzione di una maturità personale e culturale; ma questa maturità non nasce per decreto, né per semplice accumulo di informazioni, ma attraverso quelle virtù che educano il giudizio e la volontà: la prudenza, che insegna a discernere; la giustizia, che ricorda il dovere verso l’altro; la forza, che consente di resistere alla pressione dell’ambiente; la moderazione, che disciplina gli impulsi e restituisce misura ai desideri. Solo a leggere questo elenco, si può capire come non si possano trovare sugli alberi o in un decreto legge ma dentro le persone e solo così la libertà smette di essere una parola astratta o un alibi retorico per tornare a essere ciò che dovrebbe sempre essere: la capacità adulta di scegliere il bene anche quando sarebbe più comodo delegare, cedere o accusare le cose.










