C’è una barriera invisibile che da più di un decennio ci separa dalla realtà: lo schermo dello smartphone. Lo usiamo per orientarci, per misurare la nostra fatica, per immortalare un momento particolare e, in pratica, in ogni momento della nostra giornata. Ma, se ci pensate, ogni volta che abbassiamo gli occhi su quel pezzetto di vetro, smettiamo di essere presenti.
Il settore delle telecomunicazioni e dei dispositivi indossabili sta provando a scavalcare questa barriera con gli smartglasses. Non parliamo di un singolo marchio — anche se l’ultimo dato riferito da Meta comunica che nel 2025 ne sono stati venduti 7 milioni nel mondo — ma di una visione: integrare l’intelligenza artificiale e la connettività direttamente nei nostri occhiali. Per lo sportivo, la promessa è potente: tornare a guardare il mondo, non il display.
Il mezzo che scompare
L'idea alla base degli occhiali intelligenti — siano essi modelli lifestyle o linee specifiche per lo sport — è la trasparenza. La tecnologia diventa un mezzo che non richiede più l'uso delle mani.
Immaginate di correre o pedalare in una città che non conoscete. Invece di fermarvi a ogni incrocio per consultare una mappa, ricevete indicazioni audio discrete o piccole notifiche visive. Qui il fine è chiaro: la sicurezza e la continuità del gesto atletico. Eppure, nonostante l'utilità pratica, il dibattito si arena spesso su un unico punto: la privacy.
Privacy: tra sorveglianza e realtà
Il timore di essere osservati da una montatura che nasconde una camera è il grande "spauracchio" del momento. Ma se analizziamo la questione ci accorgiamo che, come sempre accade, il problema non è lo strumento bensì la nostra cultura digitale. Viviamo immersi in città tappezzate di telecamere di sicurezza e circondati da smartphone pronti a riprendere qualsiasi cosa, spesso senza alcun segnale. Gli smartglasses, paradossalmente, introducono standard di segnalazione (come i LED luminosi) molto più espliciti per fare capire al prossimo che stiamo facendo una foto o girando un filmato. Il sospetto nasce spesso da una scarsa conoscenza tecnica: non sappiamo come gestiscono i dati, dove li salvano e come li proteggono.Il solco dell’ignoranza: quando la pigrizia diventa digital divide
Il vero dramma del nostro tempo non è il "rumore" dei social, ma quella povertà di senso critico che Umberto Eco aveva previsto con inquietante precisione. Internet e le nuove tecnologie — come l'intelligenza artificiale applicata alla visione — fanno bene a chi possiede già gli strumenti per capirle, ma rischiano di isolare chi è "povero" di metodo e curiosità.
Il sospetto che circonda gli smartglasses è il sintomo perfetto di questa malattia. Spesso, troppo spesso, la malfidenza non è una forma di tutela della privacy ma un paravento per la nostra pigrizia intellettuale. È molto più facile demonizzare un paio di occhiali intelligenti bollandoli come "strumenti di spionaggio", piuttosto che fare la fatica di capire come funzionano, quali siano i protocolli di sicurezza e come possano, in realtà, migliorare la nostra sicurezza su strada e nella nostra vita di tutti i giorni.
Siamo caduti in un'indulgenza pericolosa: abbiamo smesso di educare al rigore della comprensione. Preferiamo restare nella "zona di comfort" del pregiudizio piuttosto che studiare il mezzo. Così, mentre il mondo corre, noi ci auto-imponiamo un digital divide ignorante: ci perdiamo pezzi di innovazione che potrebbero letteralmente salvarci la vita.
Si pensi alla gestione delle emergenze a mani libere o alla navigazione assistita che previene incidenti. Ma si pensi anche a quanto visto recentemente: un'applicazione dedicata a soggetti ipovedenti o non vedenti. Oggi il soggetto scatta una foto con lo smartphone e l'AI gli restituisce una descrizione ultradettagliata del luogo per orientarsi. Gli smartglasses sono in condizione di abbreviare questo percorso, rendendolo immediato, naturale, umano. Eppure, rischiamo di frenare tutto questo solo perché non abbiamo gli anticorpi intellettuali per gestire il nuovo.
La libertà non è un sensore, è un metodo
Nello sport, come nella vita, la libertà non è avere l'ultimo modello di sensore sul manubrio. La libertà è avere una testa capace di decidere come e quando usare quegli strumenti. Se ci rifiutiamo di imparare per paura, stiamo rinunciando a una parte della nostra esperienza.
Il rischio è quello di diventare "sudditi" della tecnologia o, peggio, dei suoi detrattori per slogan. Se la scuola e la famiglia non tornano a insegnare il metodo e il dubbio, lo sportivo del futuro sarà solo un utente passivo: o un feticista del dato o un ludista spaventato. Entrambi hanno perso di vista il fine: l'uomo e la sua capacità di muoversi consapevole nel mondo.
Riprendersi il punto di vista
Il fine ultimo di questa evoluzione non è connetterci di più ma connetterci meglio. Se gli smartglasses riescono a toglierci lo smartphone dalle mani, restituendoci la libertà di guardare la strada, di incrociare lo sguardo di un altro atleta, di restare concentrati sul respiro o di scattare una foto senza perdere il ritmo, abbiamo certamente un miglioramento delle nostre condizioni. Resta sempre, all’inizio di ogni esperienza, l’utilizzo culturale che facciamo della tecnologia: con l’energia atomica possiamo curare il cancro ma possiamo anche distruggere il mondo intero con un click...
L'intelligenza artificiale applicata alla visione non deve essere considerata un occhio che ci spia, ma una lente che ci aiuta a interpretare meglio la realtà. Se impariamo a conoscere il mezzo, smetteremo di averne paura. E torneremo a fare quello che ci riesce meglio: vivere l'impresa, restando finalmente dentro il momento.













